Lo stilista Antonio Coburgo De Gnon crea gli abiti e l’Artista Nicola Convertino imprimerà sui tessuti la sua Arte; un connubio artistico che cambierà il mondo della Moda e dell’Arte
Tra il mondo dell’Arte e della Moda si sta creando un’osmosi singolare: L’Artista Nicola Convertino dipingerà a mano gli abiti creati dallo stilista Antonio Coburgo De Gnon, un’esperienza immersiva che coinvolge sia la moda che l’arte.
Entrambi provengono da esperienze artistiche varie e molteplici, entrambi sono esuberanti e vivaci nel loro lavoro, ma ciò che li accomuna è l’amore per l’Arte, la passione per la novità e soprattutto la voglia di imprimere cultura in un mondo ormai deviato dal banale e dal prevedibile.
In questo fine 2025 sono al lavoro per preparare gli abiti che saranno presentati a Sanremo 2026 e poi in Cina a Marzo.2026
Antonio sta scegliendo le stoffe e confezionando gli abiti e il Convertino intanto ha creato i bozzetti e sta studiando i colori che andranno nelle stagioni della moda 2026.
Ancora non hanno deciso chi indosserà gli abiti a Sanremo, nelle varie fashion week e in Cina, ma sono tanti i nomi papabili ed entro la fine del mese verranno comunicati.
Antonio Ventura Coburgo De Gnon è una figura di rara versatilità nel panorama culturale italiano. Originario del Salento e laureato in medicina, la sua passione per l’estetica lo ha portato a diventare stilista di alta moda, con sfilate di altissimo profilo, e costumista per la Rai dal 2002.
Giornalista, personaggio televisivo nel programma “Alle falde del Kilimangiaro” ed esperto di bon ton, Ventura grazie alla sua creatività e la sua profonda conoscenza della cultura è il personaggio giusto per coniugare Arte e Moda.
Nicola Convertino personaggio eclettico, Artista poliedrico, ha appreso l’arte attraverso la madre pittrice e modella in Arte e il padre Architetto e Miniaturista del Vaticano.
Ha vissuto l’infanzia nelle Accademie di Belle Arti di mezza Italia seguendo la madre, ha proseguito poi un percorso di Arte, Musica e studio che lo ha portato alla conoscenza assoluta di tutti i misteri più irrisolti del mondo.
Giornalista ricercatore ha approfondito, a latere dall’arte pittorica, l’archeologia fantastica, tutte le scienze esatte e le pseudo scienze, l’esoterismo, la magia, la geologia, la biologia, l’astrofisica che puntualmente inserisce in alcune opere particolari….insomma mettendo insieme i due personaggi si è creato un mondo da scoprire a piccoli passi ma anche con circospezione.
Il miglior esempio è stato, negli ultimi anni, EDIT a Napoli. Che comincia dal design ma finisce, metaforicamente, nelle molte case di Partenope
Quando si parla di Napoli, il design o qualsiasi forma d’arte non sono le prime cose che affiorano alla mente. Le associazioni legate alla città, sia in Italia che all’estero, sono sempre le stesse: la pizza fritta mangiata per strada, l’altare laico dedicato a Maradona, la coreografia caotica e a tratti anarchica del traffico, i motorini che sbucano ovunque, le chiese sempre (o quasi) aperte, San Gregorio Armeno con i suoi presepi e quell’energia magnetica che ti resta addosso, come una sorta di saudade napuleña, anche quando la lasci. Sono cliché, certo. Ma per anni hanno tenuto insieme l’immaginario, e forse anche l’identità, della capitale partenopea.
Che cosa succede, però, se la culla di Partenope attraversa una metamorfosi quasi kafkiana e comincia a riconoscere il valore delle sue viscere artigiane, della sua manualità storica, del suo potenziale creativo? È una scommessa? Forse sì. Ma qualcuno ha deciso di giocarla.
A dispetto di tutti gli stereotipi che avvolgono la narrativa di Napoli, esiste un ecosistema culturale stratificato. Da secoli la citta è un crocevia di popoli, idee e linguaggi, sacro e profano. Basta farsi un giro fra le sale del Museo Archeologico Nazionale – MANN, che conserva uno dei patrimoni classici più importanti al mondo, dove il dialogo tra collezioni antiche e contemporanee rinnova continuamente il senso del luogo. Oppure al Museo e Real Bosco di Capodimonte, a dimora dei Borboni, un’oasi verde all’interno del quale si trova l’omonimo museo, dove la pittura rinascimentale convive con interventi site-specific contemporanei, a dimostrazione di una continuità creativa che non si è mai spezzata.
Oggi Napoli sta vivendo un nuovo modo di raccontarsi, meno didascalico e più esperienziale. Non si tratta solo di visitare musei, ma di ripensare la cultura della strada, oltre i murales, lasciandosi incuriosire dai numerosi laboratori artistici raccolti in spazi indipendenti. Il Madre ha avuto un ruolo chiave in questa metamorfosi: situato nel centro storico, ha trasformato il quartiere in un flusso costante e dinamico di linguaggi contemporanei, attirando artisti internazionali e aprendo la strada a un turismo culturale consapevole.
Lo stesso vale per realtà come la Sanità, con le sue catacombe restituite alla comunità, e al nuovo museo di Jago. Un rinnovamento dell’immaginario collettivo, accompagnato anche da manifestazioni come il Campania Teatro Festival, che porta a Napoli compagnie e registi da tutto il mondo trasformando parchi e palazzi in palcoscenici: ma anche il Maggio dei Monumenti, che ogni anno riapre luoghi nascosti e ricuce memorie spesso dimenticate. E poi festival di arte pubblica, rassegne fotografiche, progetti comunitari che riscrivono muri, piazze e narrazioni.
In questo filone di rinnovamento culturale della città si è inserita anche EDIT, la fiera del design artigianale ed editoriale, che da sette anni, ogni autunno, toglie gli occhi da Milano e li riporta a Sud. E che, durante tutte le edizioni, ha permesso sia a cittadini che a turisti di esperire spazi e luoghi spesso fuori dai circuiti mainstream. Una delle passate manifestazioni ha permesso a molti di visitare le stanze e il chiostro dell’Archivio Storico, spesso chiuso al pubblico, o La Santissima, che ha ospitato l’ultima edizione, l’ex-ospedale militare, un imponente complesso seicentesco con chiostro, terrazze panoramiche e ambienti monumentali. Oppure Castel Sant’Elmo, la Certosa di San Martino, Villa Floridiana, parte di EDIT CULT del 2025 e tutti collocati al Vomero.
«Credo che eventi come questi contribuiscano a scardinare l’overtourism, quello più massificato, e a generare un flusso nuovo, in cui Napoli viene percepita in modo più completo», racconta Teresa Carnuccio, artista locale che ha esposto alcune delle sue opere all’ultima edizione di EDIT, curandone la scenografia.
Un cambio di prospettiva che per molti è fondamentale. «Credo che il grande contributo di EDIT e di altre manifestazioni legate all’arte e alla cultura sia quello di raccontare una Napoli diversa, al di fuori degli stereotipi, perché riescono a creare connessioni tra aspetti diversi della città — culturali, artistici, quotidiani — ma sempre con una lente di qualità. Questo avviene in un momento di forte rilancio turistico, che però non sempre è accompagnato dalla capacità di mostrare il volto autentico del luogo», spiega il designer Titti Gallucci.
Quest’anno EDIT è arrivato anche in uno dei luoghi più celebrati non solo dai napoletani, ma anche dai non-locali: Salumeria Malinconico. Tra uno scaffale e l’altro, in mezzo ai profumi di formaggi e conserve, sono state esposte le installazioni della ceramista Coralla Maiuri.
Coralla Maiuri, Salumeria Malinconico, EDIT 2025.
«Quest’anno siamo stati scelti per EDIT Off», racconta Alessio Malinconico. «Questo ha creato una bellissima continuità: la gente passava da un luogo all’altro, tra la salumeria e la mostra, e si è creata un’atmosfera viva. C’è stata tanta partecipazione, tante persone, clienti abituali e curiosi. Penso che il napoletano, in fondo, si accontenti di poco: quando gli offri qualcosa di nuovo, anche se non è immediatamente “nelle sue corde”, lo accoglie con curiosità ed entusiasmo». E così anche il cibo (alla fine) non manca mai.
Coralla Maiuri, Salumeria Malinconico, EDIT 2025.
In sunto, Napoli era già grande, ma è stata, pure un po’ costretta, a diventare adulta. Resistendo a chi avrebbe voluta vederla a modo proprio, e imponendo invece il suo racconto. Napoli è un contenitore, ed è anche guardandola attraverso l’arte che la (ri)conosciamo. E ora l’ha capito lei, Partenope.
La combinazione di creatività, cultura e commercio si ritrova nelle fiere d’arte. Presentano le migliori opere di artisti emergenti e affermati. Queste fiere sono diverse, sia che siate collezionisti, artisti o semplici appassionati. Di seguito troverete le 50 fiere d’arte più importanti del mondo.
1. Art Basel (Svizzera, USA, Hong Kong, Parigi)
E’ il gold standard delle fiere d’arte. Qui si trovano gallerie di prestigio, capolavori moderni e arte contemporanea all’avanguardia. Qui si riuniscono collezionisti e artisti di tutto il mondo.
2. Frieze Londra e Frieze New York (Regno Unito e Stati Uniti)
E’ un luogo di incontro per gli amanti dell’arte contemporanea. Porta alla luce nuove tendenze e idee e propone opere emozionanti e fuori dagli schemi. La fiera ospita anche dibattiti e installazioni.
3. Mostra Armory (New York, USA)
Fondato nel 1994, è considerato uno dei più importanti eventi culturali di New York. Attrae collezionisti d’arte e leader del settore. Si tratta di pezzi moderni e contemporanei.
4. TEFAF Maastricht (Paesi Bassi)
E’ molto famosa per i capolavori di qualità museale. Copre sia l’antichità classica che l’arte moderna. I collezionisti apprezzano la sua curatela di alta qualità.
5. Arte Dubai (EAU)
Celebra gli artisti del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Asia meridionale. Si tratta di un mix abbastanza vario di opere contemporanee e moderne. Questa fiera è destinata allo scambio culturale globale.
6. FIAC (Parigi, Francia)
Ogni anno Parigi viene conquistata da questa fiera. Si tratta di una collezione di arte moderna e contemporanea. Ci sono gallerie da tutto il mondo.
7. Biennale di Venezia (Italia)
E’ più di una fiera d’arte, è un evento. Espone l’arte d’avanguardia di molte nazioni. Tutti i Paesi partecipano con un proprio padiglione.
8. Arte a Colonia (Germania)
E’ una delle più antiche fiere d’arte che si tengono in un centro d’arte moderna e contemporanea. Sia i collezionisti esperti che i nuovi acquirenti ne sono attratti. La fiera è iniziata nel 1967.
9. Zona Maco (Città del Messico, Messico)
E’ la più grande fiera d’arte dell’America Latina con opere contemporanee e moderne. Ha sezioni dedicate al design, all’antiquariato e alla fotografia. Rafforza la scena artistica del Messico.
10. Arte Bruxelles (Belgio)
La commistione tra artisti affermati e talenti emergenti conferisce a questa fiera un sapore diverso. Attira collezionisti da tutta Europa. Questa fiera si concentra sull’arte contemporanea.
11. ARCOmadrid (Spagna)
E’ la prima fiera d’arte spagnola da non perdere. Si tratta di arte europea e latinoamericana. La fiera promuove forti connessioni tra artisti e collezionisti.
12. SP-Arte (San Paolo, Brasile)
Riunisce la vivace scena dell’arte contemporanea brasiliana. Mette in contatto i talenti locali con alcune delle migliori gallerie di tutto il mondo. È una fiera della creatività latinoamericana.
13. Fiera d’arte dell’India (Nuova Delhi, India)
Una piattaforma fondamentale per l’arte indiana e dell’Asia meridionale. Questa fiera mette in luce diverse espressioni artistiche. Unisce il tradizionale, il contemporaneo, l’ovvio e il contemporaneo.
14. Sydney contemporanea (Australia)
E’ la più grande fiera d’arte dell’Australia. La mostra presenta pezzi contemporanei all’avanguardia e attira collezionisti locali e internazionali.
15. Fiera d’arte di Seoul (Corea del Sud)
Questo evento porta l’attenzione sulla vivace scena artistica della Corea del Sud, che comprende sia artisti emergenti che affermati. Contribuisce a stimolare il crescente mercato dell’arte coreano.
16. Art Stage Singapore (Singapore)
Uno dei principali attori del mercato dell’arte asiatica. Questa fiera crea un ponte tra Oriente e Occidente attraverso l’arte. Porta gli artisti del Sud-Est asiatico a un pubblico globale.
17. L’altra fiera d’arte (più sedi)
È nota per dare una possibilità agli artisti emergenti. Gli artisti espongono le loro opere direttamente agli acquirenti. Funziona in città come Londra, New York e Sydney.
18. Expo Chicago (USA)
E’ una delle principali fiere d’arte che si tiene nello storico Navy Pier. Ci sono opere moderne e contemporanee. La fiera sostiene gli artisti del Midwest.
19. Artissima (Torino, Italia)
La fiera d’arte contemporanea più importante d’Italia, ha uno spirito sperimentale. Si concentra sugli artisti emergenti.
20. Istanbul contemporanea (Turchia)
Unire l’Oriente e l’Occidente. Questa fiera mette in evidenza la vivace scena artistica della Turchia. Incoraggia le opere moderne e contemporanee.
21. Arte contemporanea di Los Angeles (USA)
Un evento imperdibile per tutti gli amanti dell’arte contemporanea. In particolare, si concentra sugli artisti di Los Angeles. La fiera espone dipinti, sculture e opere digitali.
22. Fiera d’arte di Dallas (USA)
Un astro nascente della scena artistica americana. Oltre alle opere moderne e contemporanee, offre un mix. L’evento attira collezionisti di tutto il mondo.
23. Arte Toronto (Canada)
È la principale fiera d’arte del Canada, è un luogo di incontro per collezionisti e amanti dell’arte. Contiene artisti canadesi e internazionali.
24. Arte Taipei (Taiwan)
Una fiera d’arte leader in Asia. Include arte contemporanea proveniente da tutta la regione, promuove la vivace industria artistica di Taiwan.
25. Arte Jakarta (Indonesia)
Ogni anno che passa, la fiera cresce. Presenta gli artisti emergenti del Sud-Est asiatico, è un’interfaccia per i mercati regionali e internazionali.
26. Fiera d’arte di Città del Capo (Sudafrica)
Una piattaforma fondamentale per l’arte contemporanea africana. Offre il talento africano al mondo, riunisce collezionisti locali e internazionali.
27. Fiera d’arte di Beirut (Libano)
Mostra l’energia creativa del Medio Oriente. Questa fiera mette in luce artisti arabi e internazionali. Favorisce gli scambi artistici interculturali.
28. Fiera d’arte Swab di Barcellona (Spagna)
Una fiera d’arte contemporanea con un approccio nuovo. Giovani gallerie e artisti indipendenti riempiono Swab. È equo nei confronti delle forme d’arte sperimentali.
29. Fiera LOOP (Barcellona, Spagna)
Dedicato alla videoarte e ai media digitali, è un’esperienza artistica unica. Gli appassionati di cinema e media devono assolutamente visitarlo.
30. West Bund Art & Design (Shanghai, Cina)
Una delle principali fiere d’arte della Cina. Presenta opere moderne di arte, design e architettura. Attira un pubblico internazionale.
31. Foto Londra (Regno Unito)
Una fiera di primo piano per gli amanti della fotografia. Ha immagini di fotografia classica e contemporanea. Porta con sé collezionisti e appassionati d’arte.
32. Art Monte-Carlo (Monaco)
Una raffinata fiera d’arte in un ambiente lussuoso. Presenta arte moderna e contemporanea, è frequentata da collezionisti d’élite provenienti da ogni parte del mondo.
33. ARTBO (Bogotà, Colombia)
La principale fiera d’arte della Colombia. Si tratta di arte contemporanea e sperimentale, si concentra sui talenti latinoamericani.
34° Artgenève (Svizzera)
Un’elegante fiera d’arte con una forte presenza internazionale. Vanta opere moderne e contemporanee. Gli amanti dell’arte vengono alla fiera da tutta Europa.
35. Arte Parigi (Francia)
E’ una fiera colorata ed eclettica. Al suo interno si trovano opere d’arte moderna e contemporanea provenienti da diverse gallerie. Ha un sapore decisamente francese.
36. Paris Photo (Parigi, Francia)
Una delle fiere di fotografia più importanti al mondo. Presenta una pletora di fotografie contemporanee e classiche. L’evento è frequentato da collezionisti nuovi ed esperti.
37. La Biennale di Parigi (Francia)
Un evento iconico per gli amanti dell’arte di alto livello, celebra le belle arti dal classico al contemporaneo. Le gallerie presentano in fiera opere di qualità eccezionale.
38. Fiera europea delle belle arti (TEFAF) New York (USA)
Un’emanazione del prestigioso evento di Maastricht, i capolavori si trovano nell’arte, nella gioielleria e nell’antiquariato. La curatela si distingue per la sua raffinatezza.
39. Mercato dell’arte di San Francisco (USA)
La fiera d’arte di San Francisco è dedicata all’arte contemporanea. Riunisce i migliori artisti e gallerie. È uno dei principali eventi culturali della città.
40. Art Miami (USA)
Una delle principali fiere d’arte contemporanea e moderna di Miami, espone opere d’arte provenienti da tutto il mondo. Attira una ricca folla di collezionisti da tutto il mondo.
41. Arte Busan (Corea del Sud)
La fiera sta diventando sempre più importante. Il mix di arte contemporanea asiatica e internazionale lo fa apparire piuttosto particolare.
42. Shanghai contemporanea (Cina)
Un’importante fiera d’arte contemporanea a Shanghai. Espone le ultime opere d’arte provenienti da tutto il mondo. La fiera è necessaria per i collezionisti d’arte in Asia.
43. Arte Sanya (Cina)
Art Sanya, una fiera d’arte in piena espansione che si tiene sull’isola di Hainan, in Cina. L’evento mette in contatto artisti asiatici e collezionisti di tutto il mondo. La fiera mette in evidenza opere innovative.
44. Art Central Hong Kong (Hong Kong)
Una fiera dinamica che presenta il meglio dell’arte contemporanea, attira un pubblico internazionale. Presenta artisti provenienti dai mercati emergenti dell’Asia.
45. Fiera d’arte accessibile (più sedi)
L’affordable Art Fair democratizza il mondo dell’arte con molteplici edizioni in tutto il mondo. Offre una collezione d’arte contemporanea ampia e accessibile.
46. NADA Miami (USA)
La fiera Nada di Miami offre uno spazio più accessibile agli artisti emergenti. È noto per le sue mostre innovative e all’avanguardia.
47. Arte Lima (Perù)
E’ una delle principali fiere d’arte contemporanea dell’America Latina. Sono presenti sia artisti affermati che emergenti del Perù e di altri Paesi. La fiera favorisce le connessioni all’interno della comunità artistica globale.
48. Arte moderna di Dubai (EAU)
Un’estensione della fiera principale Art Dubai. Le opere del XX secolo sono al centro dell’Art Dubai Modern. Espone opere d’arte del Medio Oriente e dell’Asia meridionale.
49. Fiera d’arte di Melbourne (Australia)
Una delle principali fiere d’arte, presenta l’arte contemporanea di artisti locali e internazionali. Si tratta di un evento cruciale per i collezionisti della zona.
50. Vertice artistico di Dhaka (Bangladesh)
È una delle più importanti piattaforme d’arte contemporanea dell’Asia meridionale. Incoraggia l’innovazione artistica e lo scambio culturale, crea un’arena per i talenti emergenti del Bangladesh e dell’estero.
Il 16.Settembre a Palazzo Valentini di Piazza Venezia l’Artista Nicola Convertino verrà premiato per meriti artistici per le sue istallazioni e le sue opere pittoriche.
Nicola Convertino riceverà il Premio Internazionale Giovanni Paolo II a Palazzo Valentini, in Piazza Venezia per meriti artistici riguardanti la sua attività di pittore e per le sue istallazioni d’Arte.
Nicola Convertino vanta tanti riconoscimenti sia come artista che come manager dello spettacolo; dal Leone d’Oro di Venezia quale “Miglior Artista dell’anno” nel 2018, al Colosseo d’Oro nel 2017 ed è membro permanente del Senato dell’Accademia Cicerone di Roma, nel 2019 diventa il Vice-Presidente di 3 multinazionali cinesi della “Via della Seta”, creando un ponte culturale e commerciale tra la Cina e l’Italia, sarà anche Relatore e Maestro nell’Università di Hannan, infatti ha siglato un accordo della durata di tre anni con l’obiettivo di creare un Laboratorio d’Arte all’interno del programma scolastico della prestigiosa Università.
Ma nella vita niente succede per caso, egli è figlio d’Arte; la madre, Anna Convertino, modella in Arte, al secolo “Mamma Rai” con una statua a lei dedicata all’interno della Rai di Viale Mazzini realizzata da Emilio Greco, grande pittrice ed esperta d’Arte, e il padre miniaturista del Vaticano, insomma nel dna l’Arte è presente in maniera pesante.
Un’infanzia passata tra Arti pittoriche e musica ha portato Nicola ha sviluppare una conoscenza dell’Arte a 360 gradi fino a condurlo lui stesso a realizzare opere pittoriche degne dei grandi Artisti del 900 che la madre ha conosciuto e a dialogato in Arte; parliamo di Emilio Greco, Renato Guttuso, Purificato, Remo Brindisi, Trubbiani, Montanarini, Ivo Pannaggi, Manzù, e molti altri.
Questo ulteriore riconoscimento conferma il valore artistico del personaggio, in continua osmosi tra Arte e show Business.
Un singolare libro affronta il tema della logistica e della movimentazione delle opere d’arte durante l’Alto Rinascimento, tra difficoltà pratiche e trasferimenti insidiosi e complicati di quadri e pittori
Secondo il suo autore, David Landau, autorità di livello mondiale in materia di stampe rinascimentali lo scopo di questo imponente libro, frutto di anni di ricerche, doveva essere circoscritto. Si tratta invece una innovativa indagine sull’arte del rinascimento, soprattutto in Italia. L’autore si proponeva di comprendere se, e fino a quale punto, i viaggi di artisti italiani e stranieri e delle loro opere all’interno e fuori i loro paesi potessero aver determinato cambiamenti nel panorama artistico del periodo. Per fare questo si è imposto precisi limiti cronologici, fissati fra 1497 e 1506. L’anno cruciale è comunque il 1506, con la morte di Andrea Mantegna, la presenza di Albrecht Dürer a Venezia e la creazione della Biblioteca Piccolomini nel Duomo di Siena.
Inevitabilmente, data la vastità del tema, è stato necessario fare delle scelte, ma i risultati sono tuttavia sempre illuminanti. Landau ha dimostrato una rara acribia nello scrivere questo libro, e ha basato i sui argomenti su dati concreti (documenti di epoca, lettere e scritture originali, statistiche di vario tipo) che inducono a riflettere. Chi avrebbe immaginato, ad esempio, che un terzo di tutti i libri pubblicati in Italia prima di 1500 fossero già illustrati?
Il primo capitolo si concentra sul lato pratico dei viaggi degli artisti e sulla movimentazione degli oggetti d’arte, sottolineando le difficoltà affrontate dai pittori e dalle loro creazioni quando dovevano spostarsi. Le opere d’arte di valore, sia antiche che contemporanee, venivano accuratamente imballate e trasportate via terra sui fiumi o su strade insidiose, attraversando monti e valli, o via mare lungo le coste, aggirando abilmente le turbolenze politiche, gli stati in guerra e le ricorrenti pestilenze. Molte volte, il mare o i canali rappresentavano le soluzioni migliori per viaggiare e da questo scaturiva il prestigio dei porti, soprattutto di quello di Venezia.
I cinque capitoli principali del volume si dividono tra indagini di ampio respiro sulla pittura,la scultura, e i Movables and Multiples (oggetti movibili e multipli). come disegni e stampe, gemme, targhe o medaglie, che potevano servire a una varietà di scopi: diplomatici, nuziali, religiosi, sociali, amicali. Non mancano considerazioni circa il mecenatismo di Isabella d’Este, marchesa di Mantova, e il soggiorno di Dürer a Venezia.
Nel secondo capitolo, la pittura viene rappresentata dai Frescanti erranti (il titolo è in italiano), e si concentra su pittori come Pinturicchio, Signorelli, e Sodoma. Gli artisti dovevano spostarsi spesso, anche con le loro famiglie e botteghe, da una città all’altra, da una corte all’altra, da un monastero all’altro, alla ricerca di lavoro, mecenati e progetti di prestigio e raggiungere i luoghi in cui era stato loro commissionato il lavoro anche se disagiati.
Nel capitolo sulla scultura, Sculptors’ Toil (fatiche di scultori), l’approccio è totalmente diverso, e si avvicina a quello del primo capitolo, esaminando il duro lavoro fisico degli scultori, e la sfida del trasporto delle loro opere monumentali in marmo e in bronzo. Lasciando perdere le opere destinate a città lontane, ricordiamo che il David di Michelangelo, fu scolpito a 500 metri dalla sua destinazione finale in Piazza della Signoria; quaranta uomini e una struttura speciale su rotaie,trasoportrono il gigante di marmo a destinazione partendo il 14 maggio e arrivava in Piazza solo l’8 giugno 1504.
Passando ai Movables and Multiples, la grande sorpresa è che, almeno in Italia (per citare Walter Benjamin), le opere d’arte non erano nel tempo considerato ancora arrivate alla fase della loro riproducibilità tecnica. Al contrario della Germania di Dürer, dove verso il 1506 le stampe erano molto diffuse in Italia la loro distribuzione era infatti ancora limitata e le maioliche non erano ancora piene di figure tratte da incisioni o xilografie, soprattutto derivanti da invenzioni raffaellesche. Ugualmente, la grande stagione della fusione indiretta in bronzo era ancora da venire. È vero che ogni tanto scultori come Antico e Riccio hanno eseguito più di un’esemplare di certi loro bronzetti, ma non erano mai identici. Per Isabella d’Este e Dürer, come sempre Landau insiste sugli eventi delle loro vite quotidiane, utilizzando le loro lettere per oltrapassare i loro rapporti coll’arte, creando una visione complessa e multidimensionale. In generale, non si può criticare Landau per le omissioni, spesso necessarie, ma, a mio parere, c’è un’eccezione. Lo studioso dedica quasi cento pagine a Dürer a Venezia, ma mantiene una posizione neutra sulla vexata quaestio della possibilità che l’artista avesse già visitato la Serenissima verso 1495: l’argomento è difficile e controverso e Landau, volutamente, forse con un sorrisetto beffardo, ci lascia nel dubbio.
La pittrice Daria Fedotova farà parte della giuria di qualità nel Sanremo Music Awards interpretando una delle Muse.
Daria Fedotova farà parte della Giuria di qualità del Sanremo Music Awards interpretando una delle 9 Muse nel format televisivo del “Sanremo Music Aawards”.
Daria giudicherà i partecipanti al concorso valutando il lato artistico e soprattutto l’immagine.
La Fedotova ha iniziato a muovere i primi passi nel campo pittorico fin dall’infanzia in Moldavia, il suo paese d’origine, diplomatasi, ha poi lavorato come insegnante alla scuola d’arte seguendo, per sua vocazione, i bambini.
Lavorare con i bambini ha aiutato Daria a comprendere l’approccio che hanno i fanciulli verso la natura, la curiosità dei pargoli è in simbiosi con il pathos dell’artista all’inizio di un opera.
Sigmund Freud ha condotto tanti studi sui bambini arrivando ad affermare che se si riesce ad avere un buon approccio con loro si può lavorare in maniera più proficua con gli adulti, egli diceva, nel suo libro “I Motti di Spirito”, che se si riesce a far ridere un bambino sicuramente una persona ha le carte in regola per fare il comico.
Dal 5 ottobre 2024 Palazzo Zabarella presenta la mostra “Matisse, Picasso, Modigliani, Miró – Capolavori del disegno dal Musée de Grenoble” dove viene esposta la raccolta di arte grafica del Museo di Grenoble, la seconda più grande di Francia con quella del Musée National d’Art Moderne – Centre Pompidou
Da Matisse e Picasso a Chagall, Miró, e Modigliani, per continuare con Signac, Bonnard, Vuillard, Rouault, Delaunay, Arp, Balthus, Cocteau e tanti altri: 130 opere per 47 artisti dei principali movimenti artistici che hanno segnato la prima metà del XX secolo. Dalla matita al carboncino, dalla tempera all’acquerello, alla gouache o al collage, dalla figurazione all’astrazione, una collezione unica che raccoglie le sperimentazioni dei protagonisti delle avanguardie.
Palazzo Zabarella prosegue così nella sua esplorazione dei percorsi dell’arte tra Ottocento e Novecento, dall’Impressionismo alle avanguardie storiche, indagati ancora una volta da quel punto di osservazione privilegiato che è stata Parigi. Come affermano Federico Bano e Fernando Mazzocca (rispettivamente Presidente e Direttore culturale di Palazzo Zabarella) “[..] con questa mostra affascinante e coraggiosa, su cui puntiamo molto e che sorprenderà il nostro pubblico, abbiamo voluto proporre un approccio diverso, molto originale, per comprendere le sperimentazioni dei movimenti e dei protagonisti che hanno profondamente rinnovato la visione e la rappresentazione della realtà.“.
La mostra è organizzata in collaborazione col museo di Grenoble, con la cura di Guy Tosatto, già direttore del museo, uno dei maggiori di Francia, ricco di capolavori e particolarmente significativo per quanto riguarda la vastità e la qualità delle raccolte relative all’arte dal Novecento ai giorni nostri, rappresentata attraverso i suoi grandi protagonisti, come Monet, Signac, Bonnard, Modigliani, Matisse, Picasso, Braque, Soutine, Utrillo, Chagall, Rouault, Delaunay, Klee, Kandinsky, Arp, Miró, de Chirico, Picabia, Balthus. Grazie alla determinazione di un direttore visionario come Pierre-André Farcy, che ha guidato l’istituzione per trent’anni, dal 1919 al 1949, parallelamente all’incremento delle sezioni dedicate a pittura e scultura, si è formata una raccolta di disegni che è la più vasta ed importante della Francia dopo quella del Museo Nazionale d’arte moderna di Parigi, il Centre Pompidou.
I grandi protagonisti delle avanguardie post-impressioniste sviluppatesi prima e dopo la guerra sperimentano diversi supporti e soprattutto procedimenti. Matite, inchiostri, carboncini, pastelli, acquerelli, gouaches, biacche, gessi colorati vengono radicalmente trasformati per potenziare la loro forza espressiva o impiegati simultaneamente, combinando una tecnica con l’altra, per ottenere effetti prima impensabili. Ma poi si ricorre anche al collage, al decoupage e vengono utilizzati altri materiali, come metalli, foglie d’oro, stoffe che fanno entrare il disegno in nuove, inedite dimensioni. Per questo si ricorre anche ai grandi formati di cui troviamo in mostra esempi stupendi.
Seguendo ancora le parole di Federico Bano e Fernando Mazzocca “Questa mostra ci rivela dunque un mondo straordinario, quello della invenzione grafica, in continua trasformazione dall’inizio del secolo con i paesaggi di un esponente del puntinismo Paul Signac, agli anni Cinquanta e Sessanta con i collage di Magnelli e di Chillida, i monotipi di Mark Tobey e gli oggetti astratti dello scultore Alexander Calder.”.
Mostra nella mostra è il corposo nucleo di opere del grande Matisse, l’artista più rappresentato anche per quanto riguarda la pittura nel museo di Grenoble, che rivelano un mondo, quello di un genio che sapeva continuamente rinnovarsi. In esposizione una straordinaria versione del tema prediletto de La danza del 1910, e le splendide litografie realizzate con la tecnica del decoupage destinate a diventare delle vere e proprie icone del Novecento, come la famosa serie Jazz del 1947. Qui le ritroviamo in una versione particolarmente smagliante dove, come disse l’autore, i “colori vivi e violenti” rappresentano la “cristallizzazione dei ricordi del circo, dei racconti popolari, di viaggio”.
L’altro grande protagonista della mostra è Picasso, rappresentato nelle sue diverse stagioni, dagli esordi all’inizio del secolo alle composizioni cubiste, ispirate dalla regola di Cézanne; dal magnifico Ritratto di Olga del 1921, uno dei fogli più grandi in mostra, dove attraverso gli effetti plastici ottenuti col pastello recupera la figurazione in una dimensione classica, per approdare infine alle variazioni sullo stesso motivo del volto scomposto negli anni quaranta. In questa sezione ritroviamo anche le nature morte cubiste di Juan Gris e la sorprendente Guglia di Notre-Dame di Robert Delaunay, e soprattutto una fitta sequenza di invenzioni cubo-futuriste di Fernand Léger, capace di rinnovare sempre il proprio linguaggio.
Da non dimenticare poi due capolavori come la Donna con corpetto blu e Madame Hessel et Lulu nella sala da pranzo, rue de Naples di Vuillard, che dimostrano quali potenti effetti pittorici e suggestioni poetiche si possano ottenere con un materiale nobile come la gouache.
Alle inclinazioni costruttiviste e astratte di Jean Arp, Francis Picabia e Amédée Ozenfant, si contrappongono le invenzioni surrealiste di Jean Cocteau, qui rappresentato davvero al meglio in due rare composizioni del 1926 (Testa con puntine; Mani e piedi di gesso che attaccano uomini in riva al mare) dove l’impiego di vernici, colori e materiali diversi ci fa entrare in una sottile dimensione onirica. La ritroviamo poi in Miró e André Masson, rappresentati da due gouache di forte impatto visivo e rilievo cromatico. Mentre ritorniamo nell’ambito della figurazione con tre ritratti di Modigliani e la serie dei sontuosi nudi femminili, di grande impatto plastico, del grande scultore Aristide Maillol o nel sorprendente Il lottatore Tochigiyama, realizzato a olio su seta dal giapponese Léonard Tsuguharu Foujita, ammirato per il virtuosismo nel rendere una realtà segnata dal mistero, quello che ritroviamo, ora entro i territori invece dell’astrazione, nella drammatica Pietà composta in tessuto e foglie d’oro dalla tensione creativa dalla russa Marie Vassilieff, appartenente alla folta schiera degli stranieri che, a partire da Picasso, hanno saputo confrontarsi sulla incomparabile scena artistica parigina.
La collezione di arti grafiche del Musée de Grenoble
La collezione di arti grafiche del Musée de Grenoble è notevole. Contiene quasi 6.700 pezzi, un terzo della collezione, di cui quasi 1.700 per il periodo dal 1900 al 1965, il cuore di questa mostra. È la più grande collezione di arte del XX secolo in Francia dopo il Musée national d’art moderne – Centre Pompidou. Numerosi cataloghi e mostre hanno presentato queste collezioni, concentrandosi sulle scuole nordiche, germaniche e italiane. Nel 2008 Guy Tosatto ha esposto i disegni del XX secolo del museo. Sebbene alcune opere (in particolare i capolavori di Matisse e Picasso presenti nella collezione) fossero già esposte all’epoca, va sottolineata l’attiva politica di acquisizione perseguita sotto la sua direzione: 400 disegni dal 1900 al 1965, un aumento di un quarto in soli vent’anni. Non è tanto la quantità quanto la qualità delle opere acquisite a dover essere sottolineata, tra cui si ricorda un magnifico collage di Picasso, classificato come patrimonio nazionale. A queste opere si mescolano quelle di artisti meno noti ma altrettanto affascinanti, come Cassandre e Paul Iribe. È facile rendersi conto della varieta di questa tecnica, utilizzata anche per elaborare piani architettonici, pensare campagne pubblicitarie e progettare oggetti. La ricchezza di questa collezione consente molteplici approcci. Riunisce i geni del XX secolo (Matisse, Picasso, ecc.) che hanno lavorato in Francia, ma che spesso provenivano da contesti molto diversi, dall’Italia (Modigliani) al Giappone (Foujita), permettendoci di raccontare una storia dell’arte francese, molto al maschile, che riflette la notorietà del passato. Questi tratti riflettono un XX secolo tumultuoso, segnato da due guerre mondiali, da cui emerge un’affermazione dell’individuo attraverso l’arte figurativa, in particolare quella del corpo umano.
Sébastien Gökalp, Direttore del Musée de Grenoble
“DISEGNARE LA MODERNITÀ” di Guy Tosatto, Curatore della mostra
Come la sua raccolta di arte moderna, la collezione di disegni del XX secolo del Musée de Grenoble risale alla nomina di Andry-Farcy a direttore dell’istituzione nel 1919. Pierre-Andre Farcy (1882-1950), noto anche come Andry-Farcy, è stato un pittore, critico e pubblicitario che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle collezioni del museo, in particolare nell’apertura all’arte moderna. Arrivato a Grenoble nel 1905 dopo una doppia formazione artistica all’École Nationale des Arts Décoratifs e all’École Nationale des Beaux-Arts di Parigi, Andry-Farcy divenne membro del comitato consultivo del museo nel 1914, prima di essere nominato direttore nel 1919. Curatore visionario, si propose fin dall’inizio di rompere con il conservatorismo dei suoi predecessori. Per trent’anni, dal 1919 al 1949, usò capacità di persuasione, coraggio e conoscenza degli ambienti artistici per perseguire un’audace politica di acquisizioni incentrata sulle avanguardie, che ebbe un ruolo decisivo nel plasmare la nuova identità del museo. Sotto la sua guida, il museo si arricchisce notevolmente – soprattutto nel campo delle arti grafiche oltre ai dipinti neoimpressionisti e fauvisti e all’arrivo di grandi acquisti – e beneficia di numerose donazioni e lasciti. Nel 1923 il lascito Agutte-Sembat diede il via alle danze con un notevole gruppo di opere grafiche di prestigio, tra cui La saltimbanco di Rouault, La danza di Matisse e Donna con corpetto blu di Vuillard. Negli anni successivi, a queste opere si sono aggiunte quelle di Picasso, Léger, Robert e Sonia Delaunay, Modigliani e Miró, consentendo di ripercorrere la storia dell’arte della prima metà del XX secolo. Allo stesso modo, alcuni gruppi di disegni sono stati riuniti intorno a un particolare artista, offrendo uno sguardo più approfondito sul suo approccio grafico e sulle sue caratteristiche. Questo vale in particolare per Matisse, la cui opera è illustrata da ben ventotto disegni, tra cui due serie complete di Temi e variazioni. Dopo il ritiro di Andry-Farcy nel 1949, i suoi successori continuarono nella stessa direzione e contribuirono ad arricchire ulteriormente le collezioni. Opere di Ernst, Schwitters, Arp, González, Picabia e Artaud furono aggiunte alla raccolta di arti grafiche. Infine, più recentemente, parallelamente al suo approccio decisamente contemporaneo, il museo si è arricchito di un prezioso collage cubista di Picasso e di due notevoli disegni di Balthus, grazie agli sforzi del suo club di mecenati. Oggi la collezione di arte grafica del Musée de Grenoble, che è la seconda più grande in Francia dopo quella del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou, comprende opere rare di grandi maestri come Matisse, Picasso e Léger, offrendo un panorama, se non esaustivo, almeno rappresentativo degli sviluppi creativi in questo campo durante la prima parte del secolo scorso. Inoltre, grazie alla grande diversità delle modalità espressive e delle tecniche impiegate, come il disegno, la gouache, l’acquerello e il collage, la raccolta del museo francese offre un approccio al tempo stesso intimo e illuminante in termini di sviluppo di un nuovo linguaggio formale specifico del XX secolo. La selezione qui esposta, che comprende quarantasette artisti e oltre centotrenta opere, illustra i momenti salienti di questo periodo. La mostra è suddivisa in cinque sezioni, dal 1900 al 1960, e copre i principali movimenti artistici che hanno segnato la prima metà del XX secolo. Dagli esordi delle avanguardie all’astrazione prima e dopo la guerra, passando per il cubismo, le visioni oniriche e iconoclaste del surrealismo e del dadaismo e la duratura figurazione degli anni Venti e Trenta, l’esposizione racconta rivoluzioni formali e sconvolgimenti estetici attraverso opere che vanno dal piccolo formato al monumentale. Frutto il più delle volte di una notevole economia di mezzi (carta e matita), questi lavori testimoniano una libertà espressiva incomparabile e ineguagliabile e aprono nuove strade a un’arte che non ha mai smesso di rinnovarsi per tradurre il più fedelmente possibile il mondo e le sue metamorfosi.
PREMESSE DELL’ AVANGUARDIA. MATISSE, LA LINEA E IL COLORE Se l’impressionismo rimase il crogiolo in cui si formarono le avanguardie del XX secolo, a contribuire alla loro nascita fu, con l’eccezione di Monet, l’influenza decisiva di artisti esterni al movimento come Cézanne, Gauguin, Van Gogh e Seurat. Negli anni Novanta del XIX secolo si affermarono il movimento neoimpressionista grazie all’invenzione della tecnica puntinista da parte di Seurat – che morì prematuramente nel 1891 e i cui due eredi più fedeli furono Signac e Cross – e, sotto l’influenza di Gauguin, il gruppo Nabis, che comprendeva Bonnard, Vuillard e Roussel. Tutti condividevano il fascino del colore, che diventò l’elemento predominante e costruttivo della loro opera. I loro approcci, tuttavia, erano diversi. I neoimpressionisti volevano essere metodici, persino scientifici. Influenzati dalla regola dei contrasti simultanei di Chevreul, frammentarono e razionalizzarono la pennellata e la sensazione del colore, sviluppando un sistema pittorico basato sulla giustapposizione metodica di una moltitudine di punti di colori diversi. La loro miscela ottica tendeva a riprodurre la percezione del visibile in modo più oggettivo. I Nabis, influenzati anche dalle stampe giapponesi, utilizzavano tinte piatte non modulate. Si erano liberati dal “tono locale”, affermando l’indipendenza del colore dalla natura ed esaltandone le proprietà espressive. Così facendo, crearono uno spazio senza profondità, animato dalla semplice stratificazione di piani colorati. Aspiravano inoltre a estendere l’applicazione del loro stile alla vita quotidiana, in particolare attraverso le arti applicate. Crearono oggetti e mobili di ogni tipo con un decoro giapponese. E proprio in questo contesto, pur non facendo parte del gruppo Nabis, che un artista come Paul Iribe riuscì a imporsi nelle arti decorative. Il fauvismo si sviluppò all’incrocio di questi due movimenti. Ne facevano parte Derain, Marquet, Vlaminck, Rouault in misura minore e naturalmente Matisse. I loro dipinti, esposti al Salon d’Automne del 1905, fecero scandalo e segnarono la nascita del movimento. L’uso del colore puro, direttamente dal tubetto, esprimeva la visione soggettiva del pittore, al di là di qualsiasi preoccupazione per il realismo. Per questi artisti, il colore diventò il mezzo attraverso il quale rappresentare l’infinito del mondo, o addirittura lo spazio cosmico. Tuttavia, al di là del suo fascino per il colore, Matisse non smise di esplorare le possibilità della linea. ≪Il mio disegno a linee è la traduzione diretta e più pura della mia emozione≫, diceva, e le innumerevoli variazioni che produsse nelle arti grafiche nel corso della sua carriera ne sono la testimonianza più eloquente. Tuttavia, con l’invenzione dei papiers découpes, fogli di carta spalmati di colore e tagliati direttamente con le forbici, riuscì a unire questi due elementi, linea e colore, e a fonderli in un’unica entità. Quest’ultimo stile, a cui dedicò gli ultimi anni della sua vita, segno il culmine della sua ricerca artistica.
L’ESPLOSIONE DELLE FORME. PICASSO E IL CUBISMO Il cubismo, le cui origini si possono far risalire al famoso dipinto di Picasso Les Demoiselles d’Avignon del 1907, mirava a catturare la complessità del visibile e la sua natura transitoria, non più in modo illusionistico grazie al sistema prospettico monoculare sviluppato nel Rinascimento, ma rompendo con il punto di vista unico che aveva prevalso fino ad allora. Per dipingere il suo soggetto, Picasso – rapidamente raggiunto da Braque – giustapponeva diversi punti di vista sullo stesso piano. Il soggetto era rappresentato contemporaneamente di fronte, di lato, di spalle e persino dall’alto. La sfida, ovviamente, era quella di superare la contraddizione insita nell’inscrivere un elemento tridimensionale su una superficie piatta. Per raggiungere questo obiettivo i due pittori operavano molte annotazioni visive, che trascrivevano utilizzando segmenti di linea e piani di taglio, portando gradualmente a una frammentazione delle forme in una miriade di sfaccettature ripiegate sulla superficie del dipinto. Con le sue ultime opere, Cézanne aveva aperto la strada esprimendo, attraverso le sue pennellate frammentate, la molteplicità delle sensazioni provate di fronte a un motivo e, attraverso la tela lasciata a tratti non dipinta, la piattezza del supporto. La sua influenza su Braque e Picasso fu amplificata dalla scoperta delle arti primitive dell’Africa e dell’Oceania, che rafforzarono il loro nuovo approccio alla realtà. Per ottenere una maggiore efficacia visiva, essi semplificarono e reinterpretarono le forme, arrivando gradualmente a considerare la pittura non solo come un mezzo di rappresentazione, ma anche come un modo di presentare e analizzare i suoi elementi costitutivi (linea, piano, colore ecc.). Offrendo una molteplicità di punti di vista, frammentando piani e motivi ed evocando una durata continua piuttosto che fissa, il cubismo anticipava gli sconvolgimenti di una società in piena trasformazione, sia nella scienza e nella tecnologia che nelle idee. Stava nascendo un nuovo mondo che solo un nuovo linguaggio poteva esprimere. Affascinati da questo nuovo vocabolario plastico, molti artisti lo adottarono. Alcuni, come Fernand Léger e Robert e Sonia Delaunay, esplorarono aspetti trascurati dai due fondatori, come la questione del colore. Naque così un cubismo “colorato” che il poeta Guillaume Apollinaire chiamò “orfismo”. Altri, come Juan Gris e Louis Marcoussis, concepirono un cubismo “classico” adottando le innovazioni formali di Braque e Picasso e sintetizzandole sotto forma di segni plastici caratteristici. Crearono così uno “stile cubista”, intriso di misura ed equilibrio, che intendevano iscrivere nella grande tradizione della pittura francese. María Blanchard, che negli anni Dieci era stata vicina a Juan Gris, all’inizio del decennio successivo si orientò verso uno stile figurativo più classico, ma con una ricca eredità culturale spagnola. Lo scultore Ossip Zadkine, dal canto suo, traspose in tre dimensioni forme concepite per la superficie piatta di un quadro. In questo modo, esaltava la dimensione volumetrica dei suoi modelli nel registro grafico. Anche se l’invenzione del cubismo fu la “grande cosa” della vita di Picasso, il suo inestinguibile gusto per la sperimentazione, la sua insaziabile curiosità e, non ultimo, il suo virtuosismo lo portarono a inventare sempre nuove forme. Passando allegramente dal disegno classico, che si ispirava a Raffaello e a Ingres, all’arte figurativa, dove si combinavano forme eccentriche e addirittura inquietanti, si rinnovava costantemente in un vortice vertiginoso di visioni nuove e destabilizzanti, che lo resero uno dei grandi geni del XX secolo.
INTORNO A DADA E SURREALISMO: UN MONDO REINVENTATO È al Cafe Voltaire di Zurigo che nel 1916 nacque il movimento Dada, attorno al poeta Tristan Tzara e agli scrittori Hugo Ball e Richard Huelsenbeck. Anche Jean Arp e Sophie Taeuber-Arp, che fin dall’inizio prediligevano forme astratte piuttosto libere nelle loro opere, facevano parte di questo circolo, le cui idee si diffusero rapidamente a Parigi, Berlino e New York. Portando un messaggio rivoluzionario e nichilista, Dada, in reazione alla tragedia della guerra e al crollo degli Stati, cercò di attaccare i valori consolidati e di mettere in discussione tutte le convenzioni e i vincoli ideologici, estetici e politici. Promuoveva una nuova visione dell’atto creativo basata sulla fiducia nella fecondità del caso e dell’irrazionale, ma anche, più radicalmente, sulla volontà di ribaltare la nozione stessa di arte. Fu questa la posizione adottata a Parigi da Marcel Duchamp con l’invenzione del ready-made. Nello stesso periodo, Francis Picabia e Marius de Zayas realizzarono ritratti “meccanomorfi” che provocavano e deridevano la società delle macchine trionfante. Un altro movimento chiave del periodo, il surrealismo, che come il dadaismo celebrava le virtù dell’irrazionale, emerse a Parigi nei primi anni Venti. Il termine, coniato da Guillaume Apollinaire, fu adottato da Andre Breton nel 1924 per il suo manifesto. Affascinati dalle teorie di Freud sull’inconscio e dalla scoperta delle culture extraeuropee, gli artisti del movimento svilupparono una grande varietà di approcci, spesso stilisticamente molto diversi tra loro. Alcuni, come André Masson, prediligevano una forma di puro automatismo psichico. Altri, come Jean Cocteau, Cassandre e Amédée Ozenfant, trascrivevano le loro visioni interiori in una dimensione figurativa tutta personale. Il mondo dei sogni e delle fantasie doveva avere la precedenza. Come Giorgio de Chirico, Marc Chagall fu un precursore. Il suo universo, svincolato dalla gravità, dove uomini e animali si fondono, si emancipava dalla realtà per creare un mondo a sé stante. Joan Miró, senza dubbio uno dei pittori più importanti del movimento, affermò la sua totale libertà creativa, inventando un repertorio di segni che gli permise di liberarsi completamente ≪da ogni convenzione pittorica≫.
SOPRAVVIVENZA DELLA FIGURA. PARIGI, CAPITALE DELLE ARTI Alla fine della Prima guerra mondiale, Parigi si affermò come vera e propria capitale internazionale dell’arte moderna. I grandi protagonisti che avevano rivoluzionato il linguaggio artistico all’inizio del secolo, come Picasso, Braque e Matisse, continuarono a lasciare la loro impronta nella vita culturale, arricchita dall’afflusso di artisti provenienti da tutta Europa e anche da paesi più lontani, attratti dall’influenza della ville lumière e dalle opportunità di incontro, scambio e vendita che essa offriva. Se Parigi può essere stata la culla del modernismo, molti artisti in questo periodo non vollero staccarsi dal linguaggio classico della figurazione e cercarono una via di mezzo, tra modernismo e accademismo, che rinnovasse il loro approccio al visibile senza abbandonare l’eredità del passato. Questa tendenza fu legittimata all’inizio degli anni Venti da un’ondata europea nota come “ritorno all’ordine”, che propugnava un’espressione più classica, fedele ai canoni tradizionali della figurazione. Sebbene fossero ravvisabili tendenze reazionarie, alimentate nientemeno che da ideologie nazionaliste, la necessità, dopo il profondo trauma causato dai disastri della guerra, di ripristinare un’immagine del mondo che fosse intelligibile e rassicurante fu anche una delle cause evidenti di questo “ritorno”. Picasso fu il primo, durante il suo viaggio in Italia nel 1917, ad adottare uno stile, che è stato definito “neoclassico”, per celebrare la sua unione con Olga Khokhlova. Lo stesso valse per gli artisti sedotti dalle innovazioni del cubismo, come André Derain e Raoul Dufy, che dalla metà degli anni Dieci optarono per uno stile figurativo più pacato. Un artista più anziano, come lo scultore Aristide Maillol, rimase indifferente alle avanguardie, preferendo seguire la strada aperta da Rodin verso una forma di classicismo moderno. Ma fu con il contributo di artisti stranieri che l’arte figurativa conobbe la sua massima rinascita. A partire da Amedeo Modigliani, che si trasferì a Parigi nel 1906. La scoperta dell’arte africana e l’incontro con Brancusi furono decisivi per aiutarlo a creare uno stile unico, audace e raffinato, all’incrocio tra l’eredità italiana dell’arte rinascimentale e la fascinazione per le forme arcaiche. Anche Jules Pascin, che si era formato in Europa centrale, arrivò a Parigi prima della guerra. Ammiratore di Toulouse-Lautrec, introdusse una dimensione espressionista nel suo approccio alla figura umana. Marie Vassilieff, di origine russa, sviluppò uno stile originale, rinnovando il linguaggio figurativo grazie al suo particolare patrimonio culturale, in cui l’arte delle icone si intersecava con quella delle xilografie popolari. Infine, Léonard Foujita, arrivato da Tokyo nel 1913, creò un’arte sottile che fondeva sapientemente la cultura orientale e quella occidentale. Più tardi nel secolo, Antonin Artaud e Pierre Klossowski, con registri molto diversi, avrebbero creato potenti legami tra poesia, letteratura e arti visive, lasciando ampio spazio, nelle loro opere decisamente figurative, all’espressione delle forze dell’inconscio, mentre Balthus, in modo più etereo e con infinita delicatezza, avrebbe celebrato l’enigma degli esseri e delle cose.
ASTRAZIONE, PRIMA E DOPO LA GUERRA Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre Parigi rimaneva un centro artistico estremamente vivace, le tendenze più innovative tendevano a svilupparsi altrove. A New York, l’ascesa dell’espressionismo astratto pose gli Stati Uniti all’avanguardia del modernismo. Nel Vecchio Continente fu nel Nord Europa, con il movimento CoBrA, e nel Sud, in particolare in Italia con Alberto Burri e Lucio Fontana, e in Spagna con Antoni Tàpies e Eduardo Chillida, che emersero le proposte estetiche più originali. In Francia, l’astrazione prese piede e regnò sovrana fino ai primi anni Sessanta. Si basava principalmente sull’eredità dei grandi anziani – Kandinskij, Kupka, Mondrian e i costruttivisti russi – inventori di questo nuovo linguaggio che era stato così difficile da comprendere e che ora ispirava le giovani generazioni. Si delinearono due correnti estetiche nettamente contrapposte. La prima, debitrice della sintassi del neoplasticismo di Mondrian e delle avanguardie russe, era incentrata sul Salon des Réalités Nouvelles; si schierava a favore dell’arte concreta, nata da un’astrazione analitica eminentemente geometrica. La seconda difendeva l’astrazione lirica, fedele ai precetti di Kandinskij e al suo ≪sentimento interiore della forma≫. Soprattutto, privilegiava un’arte spontanea che lasciava esprimere la potenza del gesto, la risonanza della linea e persino l’impatto della materia. Jean Gorin e Auguste Herbin, che a partire dagli anni Venti optarono per un’espressione puramente geometrica, possono essere facilmente collegati alla prima di queste due tendenze. Per tutta la vita, Jean Gorin rimase fedele alle teorie del neoplasticismo, cercando di applicarle alla vita quotidiana, in particolare attraverso l’architettura. Auguste Herbin, invece, giocò con tutte le possibilità offerte dalle diverse figure geometriche e dall’intera gamma cromatica, creando un proprio sistema plastico. Con un approccio più libero, lo scultore Étienne Béöthy privilegiava la fluidità delle forme e creava metafore astratte del corpo umano mescolando linee e colori. Per quanto riguarda Sophie Taeuber-Arp, la delicatezza e la purezza delle forme danno vita alle sue figure, staccandole dalla pura geometria e collocandole nel regno più ambiguo del biomorfismo. È il caso anche di Alexander Calder, il cui linguaggio poetico, nato da una originale riflessione sulle energie che animano e attraversano il cosmo e gli esseri viventi, sfugge alle classificazioni. Infine, come artista indipendente, Alberto Magnelli si confrontò e trasse ispirazione dalle diverse avanguardie del primo Novecento, senza mai aderire a un movimento particolare. Da questa libertà dette vita a un corpus di opere inclassificabile, forte sia delle sue molteplici reminiscenze sia della sua totale singolarità. San Sebastián è la citta natale dello scultore Eduardo Chillida, che ha iniziato la sua attività nei primi anni Cinquanta. I suoi potenti disegni, in cui il bianco e il nero prendono il posto dell’aria e del metallo, sono radicati nel dispiegamento delle sue forme nello spazio, combinando pienezza e vuoto. Pur provenendo da contesti molto diversi, Mark Tobey, Bram van Velde e Henri Michaux possono essere associati alla seconda tendenza, quella di un’astrazione libera e spontanea, che a volte è stata definita “lirica”. Tuttavia, essi condividevano un elemento comune: la dimensione calligrafica delle loro opere. Per Mark Tobey, questa era legata allo studio delle arti e delle filosofie orientali; per Bram van Velde, alla ricerca di un equilibrio tra impegno impulsivo e padronanza del gesto; e per Henri Michaux, poeta e scrittore prima ancora che disegnatore, al suo rapporto intimo con l’atto della scrittura, con i contorni misteriosi delle lettere e con il ritmo sfuggente della frase.
EPILOGO Il percorso si conclude all’alba degli anni Sessanta che, come l’inizio del secolo, segnano una profonda cesura nella storia delle forme: nuovi movimenti emergono sia in Europa che in America, portando a diversi approcci alla pratica artistica, spesso lontani da quelli dei decenni precedenti. Ciononostante, il disegno continua a essere prediletto dagli artisti che trovano in questa modalità espressiva – e questa è la sua qualità principale – un rapporto immediato con l’atto creativo, sia attraverso la sua spontaneità, che permette di annotare sul posto la minima idea o impressione, sia attraverso il suo potere di razionalizzazione, che, come la scrittura o anche la geometria, offre un linguaggio concreto per tradurre nuovi concetti. In definitiva, per gli artisti che cercano un rapporto sensibile e diretto con la creazione, il disegno sembra essere un mezzo privilegiato, nonostante l’estrema diversità di possibilità offerte nel mondo moderno dalle nuove tecnologie. Oggi più che mai, come diceva Ingres, rimane ≪la probita dell’arte≫.
Apertura: 05/10/2024
Conclusione: 12/01/2025
Organizzazione: Palazzo Zabarella
Curatore: Guy Tosatto
Indirizzo: Via Zabarella, 14 – Padova
Orario: Dal martedì alla domenica 10.00 – 19.00 La biglietteria chiude alle 18.15
La mostra indaga il fenomeno e la figura del vampiro, dalla sua genesi in antichi miti e credenze fino alla icona pop della contemporaneità, illustrandone le implicazioni culturali e artistiche attraverso oltre 200 opere provenienti dal patrimonio di 20 biblioteche pubbliche italiane e di collezionisti privati, tra testi letterari e poetici, incisioni, fogli sciolti, edizioni originali e materiale iconografico
La mostra Vampiri. Illustrazione e letteratura tra culto del sangue e ritorno dalla morte, promossa e prodotta dal Museo Civico di Crema e del Cremasco, in programma dal 19 ottobre 2024 al 12 gennaio 2025, indaga il fenomeno che prende corpo attorno alla figura del vampiro, dalla sua genesi in antichi miti e credenze fino alla icona pop della contemporaneità. L’esposizione intende mostrarne le implicazioni culturali e artistiche in oltre 200 opere, provenienti dal patrimonio di 20 biblioteche pubbliche italiane e di collezionisti privati, tra testi letterari e poetici, spesso illustrati, pubblicati in volume e su riviste, incisioni, fogli sciolti, edizioni originali e materiale iconografico.
Il termine vampiro, nella letteratura europea, è utilizzato per la prima volta attorno al 1730, sebbene l’origine di questa figura sia radicata in tempi lontani: nasce in culture e religioni distanti tra loro, ma accomunate dall’esigenza di trovare una spiegazione ai fenomeni esoterici del ritorno dalla morte e quindi un riferimento simbolico nella lotta tra il bene e il male. Con il passare del tempo e il mutare della società e dei costumi, si trasforma in una icona ambivalente e ineffabile, cristallizzandosi in un poliedro di multiformi presenze, che, nel corso dei secoli, si ammanta di fascino ambiguo, oscuro, incerto. Il vampiro è un essere fluido, privo di una connotazione sessuale precisa, a cavallo tra vita e morte, che subisce malvolentieri le leggi della natura e le sovverte, incarnandosi in corpi sempre differenti e contaminando i generi e le forme di arte e di letteratura.
Dal mito mesopotamico di Lilītu (Lilith), demone della notte, si guarda ai culti ellenici: la controversa vicenda della nèkyia omerica, rito necromantico che risveglia gli spiriti dal mondo dei morti. In mostra se ne tiene traccia con le illustrazioni di John Flaxman, di William Russell Flint, nel testo di Remy de Gourmont, illustrato da Henry Chapront, e nel ciclo contemporaneo di Edoardo Fontana che ne porta il titolo. Nel percorso espositivo si risale ai primi trattati esoterici e pseudoscientifici del Settecento, come il seminale De masticatione mortuorum in tumulis di Michael Ranfft, pubblicato a Lipsia nel 1725 (Biblioteca Manfrediana di Faenza). Dalla medesima vicenda prendono avvio le Dissertazioni dell’abate francese Augustin Calmet (Biblioteca Queriniana di Brescia, Biblioteca Passerini-Landi di Piacenza e Collezione Bianchessi di Crema).
L’esistenza di upiri, vrikolaki, strigoi era confutata da personalità come il medico olandese Gerard Van Swieten, nel suo Vampirismus (1787, Biblioteca Manfrediana, Biblioteca Passerini-Landi) e dall’arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati (Dissertazione sopra i Vampiri, 1789, Biblioteca Passerini-Landi). Lo stesso approccio scettico si trova anche nella, raramente considerata, Lettera di un Amico ad una Dama sopra i Vampirj, pubblicata nel 1765 a Venezia, e qui esposta dalla Collezione Biancardi di Milano.
Sul finire del XVIII secolo, il positivismo illuminista cede il passo a una letteratura più intima ed emotiva che introduce il primo Romanticismo, ove fa la sua apparizione la figura della belle dame sans merci. È facile riconoscere in questa donna misteriosa e letale, il presupposto su cui si baserà l’idea di vampiro moderno. Ecco Lilith raffigurata nel celebre dipinto ottocentesco di Dante Gabriel Rossetti, ed ecco Lamia di John Keats, Christabel di Samuel Taylor Coleridge, che sarà illustrata anche da Lucien Pissarro (Eragny Press, 1904). In mostra sono esposte la litografia dal Disegno preparatorio per Lamia di John William Waterhouse (1905); le illustrazioni di Gerald Metcalfe e la litografia a colori e oro Christabel (1898) di George Frampton e infine le acqueforti art déco di Frank Sepp per La sposa di Corinto di Johann Wolfgang von Goethe (1925, Collezione Proverbio, Milano e Lisbona).
Nel 1816 presso Villa Diodati, sul lago di Costanza, si incontrarono Lord George Gordon Byron, il suo segretario, John William Polidori e Percy Bysshe Shelley, con la moglie Mary Wollstonecraft Godwin. Il gruppo di amici decise di sfidarsi nella stesura di racconti di terrore. Mary Shelley concepì qui il suo capolavoro Frankenstein di cui in mostra è esposta la prima edizione italiana (de Luigi, 1944). Dalla suggestione di un abbozzo di racconto di Lord Byron, AFragment (si espone una copia tarda ottocentesca del testo e una delle prime traduzioni italiane), William Polidori scrisse The Vampyre (1819), di certo il primo racconto moderno sul tema. Lord Ruthven, figura ispirata da Byron, è una creatura crudele che agisce all’interno di una società alto-borghese e nobile. In Italia appare con il titolo Il vampiro in una rivista di geografia e viaggi «Il Raccoglitore» (1821, Biblioteca di Lovere). Negli stessi anni Ernst Theodor Amadeus Hoffmann scrive lo straordinario Vampirismus, oscura e terrificante vicenda di cui in mostra sono esposte la prima traduzione italiana (Battistelli, 1923, Biblioteca Statale di Cremona) e le illustrazioni di Franz Wacik.
Dopo Charles Baudelaire protagonista di arte e letteratura diventa la «musa corrotta dall’estetica del male», le donne non morte e ritornanti di Edgar Allan Poe, di Joseph Sheridan Le Fanu e di Rudyard Kipling. La sublimazione della bellezza terribile supera l’immaginario romantico per trasformarsi nella femme fatale. In mostra sono presenti libri con illustrazioni tratte dai racconti dell’orrore di Poe, tra queste le immagini per Ligeia e Berenice come quelle realizzate all’acquaforte da Wogel, pubblicate nel 1884 (Collezione Bandirali di Crema). A Poe si ispirarono anche artisti come Harry Clarke, Byam Shaw,Edmund Dulac e Alberto Martini. È interessante notare come il vampiro, a un certo punto della sua storia, sia rappresentato in continua decontestualizzazione: può esserne un esempio la litografia nella quale Martini ritrae la Marchesa Casati come una vamp. Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu pubblicato per la prima volta sulla rivista «The Dark Blue», in mostra, con la sua vittima, Laura, rappresenterà da principio le contraddizioni dell’Inghilterra perbenista, per divenire simbolo di una sessualità sempre più libera. Sarà illustrata negli anni Ottanta del Novecento da Leonor Fini. Completamente diverso è il personaggio, a cavallo tra realtà e finzione, di Erzsébet Báthory. L’artista post-impressionista ungherese István Csók, di cui è esposta una acquaforte, la ritrasse spesso ed ebbe per lei una sorta di infatuazione.
La figura di Giuda, come suicida, è spesso associata al vampiro. Aubrey Beardsley creò, nel 1893, A Kiss of Judas, disegno sulla rivista «Pall Mall Magazine» per accompagnare l’omonimo racconto di Julian Osgood Field. A Beardsley si ricollega Marcus Behmer: su tutte le immagini pubblicate nella sua Salomè, si impone la mostruosa farfalla-vampiro che ci riconduce al suo simbolo di tramite tra mondo terreno e ctonio. Qualche anno prima era stata pubblicata la traduzione francese del De Demonialitate di Ludovico Maria Sinistrari, il cui manoscritto risalente agli ultimi anni del Seicento fu riscoperto da un editore di Parigi. Sinistrari considerava il vampiro come tutti quei demoni, talvolta nemmeno troppo sgraditi, che animavano di fantasie licenziose il dormiveglia. Di quegli anni è anche Olalla (1885) la vampira spagnola di Robert Louis Stevenson che, tra sensi di colpa e perbenismo vittoriano, sarà banco di prova per un esperimento di traduzione pubblicato da Alfred Jarry sul «Dossiers acénonètes du Collège de Pataphysique», nel 1958.
Nel 1897 Bram Stoker pubblicò a Londra Dracula: titolo suggeritogli dal soprannome affibbiato al principe Vlad III di Valacchia. In teca a Crema, alcune edizioni originali inglesi e americane, tra le quali spiccano quelle edite nel primo Novecento. Ad accompagnare queste troveremo la rara anastatica del libretto xilografico che contiene il ritratto di Vlad III, alcune mappe della Transilvania e illustrazioni naturalistiche di pipistrelli, materiale che ispirò Stoker. Fu solo nel 1922 che Sonzogno pubblicò a Milano Dràcula. L’uomo della notte (Biblioteca Manfrediana). Questa traduzione parziale tenne banco in Italia per più di due decenni: la prima edizione integrale vide infatti la luce solo nel 1945 dai Fratelli Bocca (Biblioteca Manfrediana).
La figura del vampiro approda anche nel paese del Sol Levante e si ritaglia un posto nell’immaginario giapponese, assolutamente autonomo rispetto alle armate di yōkai autoctoni, ma al tempo stesso nipponizzandosi e ammantandosi di nuovi livelli di lettura. In mostra la prima edizione di Dracula di Stoker in lingua giapponese tradotta da Teiichi Hirai nel 1956, il raffinato cofanetto Vampire’s Box (2022) di Takato Yamamoto ed altre interessanti illustrazioni e pubblicazioni.
Non mancano, in area italiana, alcuni testi, scritti tra fine Ottocento e inizio Novecento: Vampiro. Una storia vera di Franco Mistrali (1869, Biblioteca Minguzzi-Gentili di Bologna), le novelle di Francesco Ernesto Morando, Luigi Capuana, Giuseppe Tonsi (Il vampiro, 1904, Biblioteca Civica Angelo Mai, Bergamo), Daniele Oberto Marrama e la poesia Il vampiro di Amalia Guglielminetti.
Gli artisti cechi di area simbolista si raccolsero attorno alla rivista «Moderni Revue», la cui più iconica copertina, realizzata da Karel Hlaváček nel 1896, raffigurava proprio una donna vampiro. Lo stesso Hlaváček scrisse inoltre Upír, malinconica poesia pubblicata nella raccolta Tardi verso l’alba che suggerì a František Kobliha uno dei suoi straordinari cicli di xilografie. Lo strigoi romeno è lo spirito non pacificato di un defunto che esce di notte dalla tomba per recare danno ai vivi. Una donna vampiro è la protagonista del romanzo Signorina Christina di Mircea Eliade, esposto nella prima, rara, edizione romena, nella prima italiana e francese. All’interno del romanzo, Eliade cita Mihai Eminescu, presente in mostra con la prima traduzione italiana della poesia Calin, e con la rivista «Convorbiri Literare», ove apparve la poesia Strigoi.
Devono al romanzo gotico di Stoker sia il film Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau (1922), sia il suo remake, diretto da Werner Herzog e interpretato da Klaus Kinski e dalla giovane Isabelle Adjani, di cui in mostra è presente una copia del manifesto nell’edizione belga del 1979, disegnato da David Palladini. Il film muto di Murnau deve buona parte del suo impatto culturale e seduttivo al genio, un po’ picaresco, del produttore, scenografo e grafico Albin Grau. Egli disegnò innumerevoli versioni del Conte Orlok, ispirandosi al lavoro di Alfred Kubin e soprattutto di Hugo Steiner-Prag, illustratore del Golem di Gustav Meyrink. In mostra un confronto tra i due artisti. Intervista col Vampiro di Neil Jordan (1994) è tratto dall’omonimo libro di Anne Rice pubblicato nel 1976 e capostipite di una fortunata serie di storie che raccontano una complessa genealogia di vampiri. L’anno precedente Stephen King pubblicò una delle sue migliori novelle, ’Salem’s Lot in mostra con il dirompente I am legend di Richard Matheson che, per la prima volta, attribuisce il vampirismo alla diffusione di un virus.
A partire dall’antologia curata da Elinore Blaisdell nel 1947, e illustrata dalla stessa eclettica artista, tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, furono pubblicati numerosi studi letterari e raccolte. È certamente I vampiri tra noi diOrnella Volta e Valerio Riva, la prima esauriente collezione di respiro internazionale. Volta ci dà inoltre, forse, la più visionaria ed eccentrica lettura dell’immaginario vampiresco, con Le vampire, dapprima pubblicato in francese, in mostra la prima edizione, e quindi tradotto in italiano. Su questa scia è il testo del giornalista milanese Emilio de’ Rossignoli Io credo nei vampiri.
Sul tema saranno visibili, per larga parte dalla collezione fiorentina di Emanuele Bardazzi, opere dei più rappresentativi artisti di fine Ottocento e inizio Novecento, mostrando il talento luciferino di Henry Chapront per M.me Chantelouve, immagine guida della mostra, l’estro di Félicien Rops e le immagini esoteriche di Marcel-Lenoir, Alméry Lobel-Riche, Valère Bernarde Carl Schmidt-Helmbrechts. La delicatissima puntasecca Immagini della sera di Raoul Dal Molin Ferenzona (1932) parla di quella capacità evocativa, di quelle visioni simboliche e del potere immaginifico della letteratura e dell’arte, che tanta parte hanno nell’opera degli artisti italiani. Due litografie del francese Georges De Feure evocano il male: Les vices entrent dans la ville (1894) e L’amour aveugle, l’amour sanglant (1893-1894).
Edvard Munch dedica più di una incisione ai vampiri, raffigurati in un gesto ferino teso tra amore e dolore: in mostra una vignetta del 1906. Si passa per le linee tormentate dell’espressionista austriaco Oskar Kokoschka (Collezione Fiori di Bologna), le illustrazioni surrealiste di Max Ernst per i collage di Une semaine de Bontè, fino alla sintesi pop di Andy Warhol che elegge Dracula tra le dieci icone della storia dell’umanità. In mostra la litografia a colori dalla serie Myths Suite (1981). La litografia di Roland Topor, autore anche della novella I denti del vampiro, realizzata nel 1968 si discosta dall’immaginario comune e ci conduce in una dimensione onirica obliqua tra ironia e spavento.
I vampiri conquistano anche le copertine dei fumetti Alan Ford e Dylan Dog e s’insinuano tra le pagine di Corto Maltese, con Dracula di Guido Crepax. La narrazione si fa poi più ambigua nelle opere di alcuni artisti contemporanei: archetipiche versioni del mondo dei revenants emergono nei disegni simbolici di Agostino Arrivabene e di Edoardo Fontana. Figure femminili sono protagoniste dell’incisione Spose sorelle di Andrea Lelario e delle calcografie di Sonia De Franceschi. Evocano le atmosfere di Nosferatu le chine di David Fragale e le xilografie di Stefano Grasselli, così come le architetture rarefatte di Jacopo Pannocchia. Giungono, infine, a tracciare altri ponti tra passato e futuro, le fotografie di Agnese Cascioli, l’inafferrabilità dell’acquerello Carmilla di Simona Bramati, il segno esoterico di Irene Di Oriente e la tavola originale Carfax per Dracula raccontato e illustrato da Marco Furlotti.
Realizzata in collaborazione con Aretè Associazione Culturale e Alla fine dei conti di Mantova, la mostra è accompagnata da un catalogo edito da Museo Civico Crema con prefazione di Antonio Castronuovo e testi di Elena Alfonsi, Paolo Battistel, Carla Caccia, Domenico Cammarota, Marius-Mircea Crişan, Mario Finazzi, Edoardo Fontana, Lidia Gallanti, Roberto Lunelio, Silvia Scaravaggi, Elena Vismara.
Nicola Convertino tra Arte, Musica, Scienza e Magia…
Nicola Convertino è da considerare un “outsider” della moderna pittura, non tanto nella tecnica usata quanto negli argomenti che tratta la sua arte; lo vediamo dipingere sulle prime pagine dei giornali, creare osmosi tra forme materiche e formule magiche, o disegnare magiche donne dalle ciglia prensili, il tratto a volte sconfina nel comix e tali donne sembrano delle super eroine alla ricerca della pagina del fumetto che normalmente le tiene ingabbiate.
Outsider, dove il limite diviene risvolto reversibile dell’essere o del pensiero tra l’interiorità del sintomo e l’esteriorità dell’opera, e la sua arte interroga quella condizione umana o meglio psichica della modernità che si situa su un bordo fluttuante tra disagio esistenziale, del soggetto in questo caso, sofferenza psichica e CREAZIONE ARTISTICA. Questo limite da cosa è dettato? Quì rientriamo tra la logica dei psicanalisti e la fantasia degli artisti e ci perdiamo tra le elucubrazioni degli uni o degli altri…intanto il Convertino crea forme inquietanti, spettri e incubi generati dal sonno della ragione e da quella forza di rottura che puntualmente esce dai sentieri battuti.
A volte nelle sue opere abbiamo un’espressione immediata, una creatività primordiale, energia prima del segno che si traduce nella forma e nel tratto d’un disegno elementare, ma nel caso delle donne abbiamo la perfezione, la ricerca della bellezza più estrema come la presenza di esseri androgini, insomma Nicola non smette mai di ricercare, è curioso e questo gli permette di sviluppare vari scenari, come lui stesso ci dice: “…ogni volta che guardo una donna si mettono in moto tutti e cinque i sensi…ma inconsciamente anche il sesto senso comincia a pizzicare, il fuoco della passione viene fomentato dalla quel sottile contorno epiteliale che normalmente racchiude le forme morbide di queste splendide creature…in realtà il più delle volte la mia è la ricerca della perfezione; un dolce connubio tra arte e passione maschile, il tutto si fonde per permettere poi l’imprinting sulla tela o carta delle immagini”.
Ma Nicola Convertino non si muove solo nel campo della pittura, nel corso della sua vita è passato dalla musica all’arte alla scrittura, quindi tutto ciò che solo aveva una parvenza artistica per lui è un terreno pieno di Humus. Inizia a muovere i primi passi in campo artistico con la madre modella in arte e grande pittrice; musa ispiratrice dei più grandi pittori del 900 italiano: Emilio Greco, Remo Brindisi, Renato Guttuso, Purificato, Mazzacurati, Trubbiani, Ivo Pannaggi, Montanarini e tantissimi altri, anche molti provenienti dall’estero, tutti curiosi di poter immortalare sulla tela questa icona dell’arte italiana.
Nicola quindi fin da bambino vive in mezzo a tutti questi “mostri sacri” della pittura e non solo, sono tanti anche gli scrittori, i poeti, i musicisti che per tutta l’infanzia hanno frequentato la sua casa, inebriati dall’atmosfera che vi regnava. Il destino era già scritto Nicola diventa un musicista, pittore, scultore, produttore televisivo, produttore musicale…e tutto di più, niente è estraneo ai suoi fervidi colpi di pennello…dipinge ovunque; tele, carta, muri, crea istallazioni, scenografie, sculture, premi..non sa più come contenere tutta quello che ha assorbito nell’arco di una vita, crea anche format televisivi, fonda un giornale musicale, crea dei premi musicali, organizza tour in tutto il mondo, insomma dai 12 anni fino all’attuale età ha una biografia che si potrebbe imputare a 3 persone, sembra impossibile che una sola persona possa aver realizzato tutto quello che c’è scritto, praticamente un vulcano in eruzione!
Parlando con lui poi scopro che è Geologo e studia Magia e esoterismo da oltre 20 anni…è impossibile stargli dietro, lui dice che “…ho il cervello in ebollizione, quando mi alzo alla mattina meccanicamente affronto la vita con almeno 50 cose da fare nell’arco della giornata…e poi ne faccio di più… vorrei vivere la prossima esistenza dedicandomi alla ricerca, alla scoperta del nostro futuro cammino per correggere il passato e vedo in mia figlia il seme del delirio che da tempo è già germogliato in me”.
Indirizzo: Va Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo
Orari: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche 1° novembre e 8 dicembre. Lunedì chiuso
Curatori: Alice Ensabella, Alessandro Nigro, Stefano Roffi
Costo del biglietto: € 15 valido anche per le Raccolte permanenti, la mostra focus su Renoir e il Parco romantico – € 13 per gruppi di almeno quindici persone – € 5 per le scuole e sotto i quattordici anni. Il biglietto comprende anche la visita libera agli Armadi segreti della Villa. Per meno di quindici persone non occorre prenotare, i biglietti si acquistano all’arrivo alla Fondazione
Telefono per informazioni: +39 0521 848327 / 848148
Cento anni fa nasceva il Surrealismo; da quel momento la percezione del mondo non sarà più la stessa.
“L’immaginazione non è altro che la rivelazione di ciò che siamo, della nostra propria sostanza, che è sogno, purezza, energia, libertà.” scrive André Breton nel Manifeste du Surréalisme, pubblicato il 15 ottobre 1924, segnando ufficialmente l’avvio del movimento.
È così che nella Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma, a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Renoir, Monet, Cézanne, Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Morandi, Burri e molti altri, dal 14 settembre al 15 dicembre 2024 viene celebrata, a un secolo dalla sua origine, una delle avanguardie più determinanti e longeve del XX secolo – il Surrealismo – presentandone anche il complesso rapporto con gli artisti e la scena culturale italiana dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Sessanta.
La grande mostra “Il Surrealismo e l’Italia”, curata da Alice Ensabella, Alessandro Nigro, Stefano Roffi, attraverso oltre 150 opere di Salvador Dalí, René Magritte, Max Ernst, Joan Miró, Marcel Duchamp, Man Ray, Yves Tanguy, Giorgio de Chirico e il fratello Alberto Savinio, Enrico Baj, Fabrizio Clerici, Leonor Fini e altri protagonisti di questa corrente immaginifica, testimonia la vastità di mezzi e linguaggi del Surrealismo e ne esplora l’impatto e l’evoluzione nel nostro Paese, offrendo una prospettiva inedita e affascinante su un movimento che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario artistico contemporaneo.
Il percorso espositivo si sviluppa in due grandi capitoli, suddivisi in sezioni tematiche.
Il primo intende presentare il Surrealismo internazionale e il suo arrivo in Italia; mediato in un primo momento dall’opera di de Chirico e Savinio di ritorno da Parigi negli anni Trenta, poi rappresentato attraverso le opere dei maestri del movimento storico, che evidenziano una profonda eterogeneità estetica e formale (arte astratta e figurativa), così come una moltitudine di media utilizzati (pittura, collage, assemblage, fotografia, ready-made, objets trouvés). Qui vengono presentati importanti lavori di Magritte, Dalí, Man Ray, Ernst, Masson, Miró, Tanguy, Duchamp, Matta, Lam, oltre a de Chirico.
Il secondo capitolo individua i protagonisti della scena surrealista italiana, già a partire dagli anni Trenta, al fine di esaminarne le tangenze col gruppo francese, ma anche – e soprattutto – di metterne in luce l’indipendenza e l’originalità. È possibile constatare in Italia il delinearsi di due tendenze principali: da una parte, la nascita di un gruppo che si ispira a pratiche artistiche nuove e che intrattiene rapporti col gruppo francese, come è possibile vedere nelle opere di Sergio Dangelo o di Enrico Baj. Dall’altra, un filone figurativo fantastico, caratterizzato dalla produzione di opere visionarie, a cui appartengono, tra gli altri, Leonor Fini, Fabrizio Clerici, Stanislao Lepri, per cui l’opera di de Chirico e Savinio fu capitale. Questi ultimi attirano la critica internazionale, come dimostra la loro presenza nel numero monografico della rivista americana View, pubblicato nel 1946, intitolato Italian Surrealists.
Un’attenzione particolare viene infine conferita al contesto della diffusione del Surrealismo in Italia, mettendo in luce gli attori e i luoghi che ne sono stati gli artefici, in particolare galleristi (Schwarz, Tazzoli, Cardazzo, Del Corso, Jolas, Sargentini, Brin, etc.) e collezionisti (Guggenheim, Passaré, etc.).
La Fondazione Magnani-Rocca invita così il pubblico a questo affascinante viaggio, scoprendo come il movimento surrealista abbia liberato l’inconscio e trasformato la percezione della realtà, offrendo nuove chiavi di lettura per comprendere l’arte e la vita. Una celebrazione che non è solo un tributo ma una riflessione viva e attuale su come l’automatismo psichico continui a influenzare il nostro presente e, citando ancora una volta Breton, scoprire che “Il meraviglioso è sempre bello, anzi, solo il meraviglioso è bello.”
Catalogo (Dario Cimorelli Editore) con saggi dei curatori e di Silvana Annicchiarico, Mauro Carrera, Walter Guadagnini, Davide Lacagnina, Eugenia Maria Rossi, Angela Sanna, Ilaria Schiaffini, Alessandra Vaccari.